(...) Era un mese esatto che non mi lavavo se non per le minime abluzioni che mi permettevano il freddo e l'acqua gelata... Non ero solita chiudermi a chiave. Me ne stavo tranquilla immersa nell'acqua calda e non m'accorsi subito che qualcuno era entrato e da quanto tempo. Era lo zio, lo intravidi dallo specchio annebbiato dai vapori. Se ne stava fermo alle mie spalle senza fare nulla se non guardarmi. Non potevo vedere la sua espressione e gli domandai se aveva bisogno di qualcosa. Lui non disse nulla, si girò di scatto e uscì. Non capivo cosa lo avesse spinto ad entrare se non per spiarmi mentre mi lavavo, ma anche questa cosa mi lasciava perplessa, ero solo poco più di una bambinella con poco e niente da vedere. Certi atteggiamenti dei grandi proprio non riuscivo a capirli. Mi venne in mente che forse doveva fare la pipì quindi mi affrettai. Quando uscii dal bagno, vidi che in cucina gli zii stavano parlando concitatamente, non riuscivo a capire molto di quello che dicevano. Intesi solo: "Telefona a tuo fratello e digli che venga a prendere sua figlia, che qui e' di troppo, e oramai e' guarita, e che non rompa i coglioni con altre scuse..." Io ero sinceramente felice, che finalmente potevo andarmene da quella casa triste, senza albero di Natale. Era già passata l'Immacolata da qualche giorno, e nella mia famiglia si era soliti mettere gli arredi natalizi. La mamma era felice più di noi e anche il babbo mi pareva più rilassato durante le festività. Forse perché finalmente si riposava un po'. Invece in quella casa, senza bimbi, senza radio e musica non c'era nessuna magia del Natale. Un giorno domandai alla zia se aveva intenzione di fare l'albero, ma lei con una scrollata di spalle affermò che non c’era il tempo per quelle scempiaggini. Non capivo come il solito, quel suo atteggiamento di chiusura, ma arrivai alla conclusione che la vita di quella donna fosse davvero triste. Triste come il suo aspetto trasandato e il suo alito fetido. Non arrivò mio padre, ma i nonni e da quella volta prestai più attenzione ai loro discorsi che mi riguardavano. Infatti, li sentii parlare mentre io me ne stavo buona nel salotto a disegnare. Ricordo che avevo finito alcuni colori a forza di fare la punta, e mi arrangiavo mescolando le cromature delle matite per ottenerne altre. Lo zio in particolare diceva che ero maleducata e sfrontata, che lo provocavo di proposito... la zia taceva, non potevo vedere la sua espressione. Dopo un poco la nonna venne da me dicendomi di andare in camera a preparare la valigia che saremmo partiti subito dopo pranzo. Una volta sola nella mia stanza, mi abbandonai a piccole grida d’esultanza e preparai le mie poche cose in un attimo. Rimasi però in quella camera, non avevo voglia di raggiungere gli altri perché l'atmosfera era davvero pesante. In macchina per tutto il viaggio nessuno mi rivolse la parola, e questo smorzò il mio entusiasmo facendomi temere che una volta a casa mi sarei beccata qualche sgridata e magari anche qualche ceffone. Anche se non riuscivo a capire che cosa avesse potuto provocare tutto quell'astio nei miei confronti. La mamma quando mi vide mi strinse forte. A me venne da piangere e le dissi che mi era mancata tanto. Affondavo il naso nel suo collo e mi inebriavo del suo dolce profumo e del suo calore. Anche il babbo sembrava contento di vedermi e pure la Nilde e mio fratello che continuava a tossire. Anche lui s'era beccato la pertosse, però era rimasto a casa... la cosa mi rattristò e per un attimo pensai al perché del mio allontanamento e lo chiesi alla mamma, che abbassando gli occhi mi disse: "I nonni hanno insistito tanto, e anche tuo padre e poi l'aria di montagna ti ha giovato senz'altro!" Non mi pareva una risposta esauriente, più che altro era una scusa. E la Nilde quando mi raggiunse in camera disse una cosa terribile, a cui non diedi importanza, anche se mi fece soffrire: "Giselle, ma non l'hai ancora capito che tu in questa casa, non conti nulla? Io sono la prima, "la figlia dell'amore", e poi stavo per morire quando il camion mi ha investita... quindi c'e' il maschio, e lo sai che il babbo lo voleva tanto un erede, quindi ci sei tu. Sei nata per sbaglio perché se fosse vissuto il bambino che la mamma ha perso prima di te, tu non ci saresti neppure!" Non dissi nulla. Non volevo dare la soddisfazione di mostrarle il mio volto addolorato e me ne andai in cortile. Persi il mio sguardo nel familiare panorama. Niente era cambiato se non la natura, con gli alberi completamente spogli e il colore predominante era il marrone. La collina davanti con la sua immensa croce a ricordo dei tanti caduti in guerra era sempre là e c'era anche il mio caro fiume. Era quasi buio e attesi che si accendessero le luminarie di Natale prima di rientrare. Il paese che si stagliava più in alto sembrava un presepe e le tante stelle che piano piano apparivano incorniciavano quella magnifica veduta che tanto mi era mancata. In casa l'aria era mesta, i nonni stavano seduti intorno al tavolo con mio padre. Non parlavano più e mi guardavano con un'aria di rimprovero. "Ma che succede?" Mi azzardai a domandare, e la nonna stava per rispondermi, quando la mamma che stava cucinando si girò di scatto dal fornello e la interruppe dicendo che non le pareva il caso di intraprendere un discorso "del genere" con una bambina e che sicuramente si era trattato di un terribile malinteso e che il giorno dopo avrebbe chiamato sua cognata per farsi dire cosa era accaduto. Mia madre telefonò alla zia e si arrabbiò tanto. La sentivo urlare mentre me ne stavo in cortile a godere il tepore del pallido sole invernale. Ad un certo punto mi accorsi che l’ombra della croce del monte di fronte si proiettava proprio davanti a me. Mi alzai e senza pensare mi sdraiai per terra, allargando le braccia, assumendo la postura del Cristo. Rimasi a lungo cosi’, immobile, cercando di capire il perché della mia inutile esistenza. Perché ero nata se facevo solo casini e facevo soffrire? Tenevo gli occhi chiusi, e sentivo le lacrime calde scendere ai lati, sulle tempie, sin dentro le orecchie. Udivo le parole di mia madre che diceva alla zia: “Ricordati che tra te e tuo marito ci sono trentacinque anni di differenza e che ti ha portata via di casa che ne avevi solo quattordici… a lui piacciono le ragazzine! Per questa volta lascio perdere perché non e’ successo niente, per fortuna, ma se si azzarda solo a fare o dire qualcosa su mia figlia, giuro! Che non la passa liscia. Ricordati che sono meridionale, e che la gente come lui, da noi, fa solo una fine… molto brutta.” (...)
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