venerdì, 29 febbraio 2008 | in : varie, racconti, vita, prosa, giallo






al lavoro"Sei felice? In caso contrario rivolgiti al Dottor Saga. Prima consultazione, GRATUITA!"

La mente le rimandava quella semplice domanda che aveva appena scorto in un trafiletto di margine del quotidiano. Non era la prima volta che vedeva quell'annuncio, aveva anche sorriso al pensiero che qualche sciocco sarebbe caduto nelle grinfie di un millantatore che si approfittava delle disgrazie altrui.
Eppure Paola quella mattina, con le lacrime trattenute a stento, compose il numero telefonico dell'annuncio per fissare un appuntamento. Era arrivata al limite delle sue possibilita'. Aveva tentato di tutto per tenere in piedi il  matrimonio con Erminio.
Seguendo il consiglio della sua migliore amica qualche sera prima, s'era fatta trovare dal marito in una mise provocante vestita solo della guepiere nera che lui le aveva regalato qualche anno prima in occasione del loro ventesimo anniversario di matrimonio. Mentre la indossava, era felice di riscontrare che la sua siloutte non era cambiata quasi per nulla, a differenza del viso in cui le rughe ai lati della bocca avevano assunto una piega amara. Cerco' di camuffarle marcando il trucco sugli occhi e cotonando i folti capelli dai riflessi ramati che le incorniciavano il viso, anzi, quasi lo nascondevano. Rimirandosi allo specchio, cercava la conferma che sarebbe piaciuta assumendo varie pose. Rise di se stessa, ma il sorriso le si gelo' sulle labbra quando l'immagine di Erminio che stava alle sue spalle le rimando' il suo sguardo severo, sembrava disgustato.
"Sei ridicola... vestiti e vediamo di cenare, che ho fame." Parole impietose che la fecero vergognare di se stessa e con un improvviso pudore, prese la vestaglia che stava sul letto per coprirsi.
Cenarono senza parlare: lui fissando la televisione, lei senza avere il coraggio di alzare lo sguardo dal piatto.
La tradiva, non c'era altra spiegazione plausibile per il suo comportamento. Ora i suoi tanti sospetti assumevano la consistenza della certezza. Una certezza che le dilaniava il cuore lasciandola in preda al dolore e allo smarrimento.
Aveva sbagliato, forse, nel tollerare qualche "scappatella" di Erminio. Pero' lui al rientro dai suoi viaggi di lavoro la cercava ancora con foga, la faceva sentire appagata, amata, desiderata.
Le diceva che lei era la casa, che era il suo abbraccio caldo e sicuro, il suo porto. Paola si compiaceva della dedizione del marito, anche se la sua pelle odorava del profumo di un'altra e nel buio della stanza, a letto, sorrideva e se lo teneva stretto sul cuore.
Poi, lentamente, i loro rapporti si erano prima diradati per poi scomparire del tutto. All'inizio, Paola non diede molta importanza alla cosa: il marito dopo la promozione che lo aveva portato ai vertici dell'imprenditoria era spesso stanco. Pero' le aveva comprato un SUV che era stato l'invidia delle sue amiche nell'ultimo soggiorno a Cortina. E il loro conto in banca cresceva permettendole agi e lussi che non avrebbe mai pensato di ottenere. Come permettere ai figli di studiare all'estero per perfezionare le lingue straniere, o acquistare una seconda casa al mare.
Tutto quel denaro e le cose pero' non riuscivano piu' a colmare il vuoto del disamore di Erminio.
Esitante, Paola si ritrovo' sul pianerottolo davanti alla porta. La lucida targa d'ottone diceva: "Dr. Saga Consulente". Questa cosa la rassicuro' e le diede il coraggio di entrare.
Fu accolta da una signora piuttosto anziana, ma di bell'aspetto che le porse un breve questionario da compilare. Poi dopo essere sparita per qualche secondo in un'altra stanza, la invito' ad entrare tenendole gentilmente la porta aperta.
Seduto dietro ad un'imponente scrivania di legno massiccio, vi era un uomo di circa sessant'anni dal viso tondo e  gioviale. Nel salutarla si alzo' allungandole la mano che era calda e morbida. Le sorrise guardandola da sopra un paio d'occhiali da lettura, poi prima di sedere le fece un aggraziato cenno d'invito ad accomodarsi.
"Signora Paola, lei e' qui perche' e' infelice. Io l'aiutero'." Pronuncio' quelle parole lentamente e senza incertezze e la voce del dottore fece rilassare la donna, che si mise piu' comoda ad ascoltare.
"So anche che lei e' qui perche' suo marito la tradisce, o meglio, di conseguenza la trascura." Fece una breve pausa, in cui poso' gli occhiali accanto al questionario di Paola su cui erano scritti solo i suoi dati anagrafici. Leggermente perplessa fece cenno di si' con il capo.
"Lo sa, che al mondo ci sono piu' persone infelici che felici? E questo perche' e' nella natura umana. Io faccio statistiche, ho studiato e lavorato per varie aziende di ricerca come consulente, e tutte, dico tutte, sfruttavano l'insoddisfazione che e' connaturata nel nostro essere."  Fece un'altra pausa, questa volta assumendo un'espressione drammatica, che fece agitare Paola sulla sedia.
"Ora, so che lei sta pensando che la sua infelicita' non e' paragonabile a nessun' altra. L'infelice e' completamente assorbito da se stesso e dalla causa del suo stato, se ne e' cosciente. E lei, mia cara signora, ha questo vantaggio: conosce la causa del suo malessere." Il silenzio che  segui', mise  in risalto le ultime parole pronunciate dal dottore. Paola, annuiva e si tromentava il palmo della mano con le unghie.
"Bene. E qui, io, interverro'. Ma per farlo ho bisogno della sua piu' totale fiducia... la metto subito alla prova. E' disposta, a darmi, diecimila euro?"
Paola sbattendo le ciglia, ebbe un piccolo sussulto. Poi esitante pronuncio' le sue prime parole:
"Ecco, io... ma li vuole tutti subito? Magari prima un acconto e se poi la cosa va bene le daro' il resto..."
"Assolutamente no, signora. Vede... lei di me si deve fidare ciecamente. Se questo non accade, non si potra' mettere in moto il meccanismo che controlla tutte le energie e le risorse che si adopereranno affinche' la sua tristezza diventi felicita'. O cosi', o...  non se ne fa nulla."
La donna trattenne il respiro, poi tutto d'un fiato disse:
"Posso almeno pensarci? Non sono i soldi che mi mancano, ma... lei mi capisce. Diecimila euro non sono pochi. La chiamero' domani e le faro' sapere." Cosi' dicendo Paola si alzo' e senza porgere la mano al dottore usci' dallo studio, e non saluto' nemmeno la signora che l'aveva ricevuta. Lasciandosi la porta alle spalle si ritrovo' fuori dallo stabile in preda allo sconforto piu' totale.
"Stupida! Sciocca, cretina che sono! Quello mi vuole fregare... ma mica ci casco."
Il giorno dopo Paola era nuovamente nello studio del dottor Saga.


Continua...


NdA: questo mio e' liberamente ispirato da un racconto di Agatha Christie.




GiselleB @ 14:43 | commenti (66)(popup) | commenti (66)
martedì, 26 febbraio 2008 | in : varie, donne, racconti, saffo, ricordi, vita, racconti erotici, racconti saffici








Ti ho rivista un giorno al supermercato. Carrelli in fila davanti alle casse, sguardi annoiati persi a guardare la merce offerta negli ultimi espositori.
Non so cosa mi abbia fatto girare verso di te, forse il colore pacchiano della tua giacca, forse la tua voce che ho riconosciuto e snebbiato tra tanti ricordi.
Irina, la mia migliore amica di un tempo. Quella con cui dividevo tutto: la merenda, le cicles, i vestiti, le sigarette e pure i ragazzi.
Ti guardo, ma non dico nulla. Sei tu malgrado la fresca bellezza di un tempo sia offuscata da un'espressione dura. Sorridi alla cassiera, e per un attimo vorrei dirti chi sono, ma non lo faccio.

"Ricordi quella sera, la sera prima degli esami io a casa tua per l'ultimo micidiale ripasso. Faceva caldo e le zanzare ci tormentavano e tua mamma che ogni tanto entrava a dirci di spegnere la luce. L'agitazione, i fogli e i libri sparsi con le briciole sul letto. Le nostre risate trattenute, e i bisbigli a raccontarci quello che facevamo coi nostri ragazzi. Poi sdraiate nel buio, la pelle appiccicosa, il tuo odore, le nostre labbra che si sfiorano e le mani... le mani che accarezzano i seni, gli aliti che si confondono e si confondono gli umori. I sospiri e il piacere che sale e ci diamo quello che a noi piace con lingue ardite e curiose, di sapori e le parole che non diciamo diventano baci audaci. E il respiro diventa quasi affanno, e si che ti voglio e tu mi vuoi, e aumenta l'intensita' del movimento e ruzzoliamo a terra e smorziamo risatine e mugolii di piacere..."

Irina, con due borse della spesa colme ti giri verso di me. Ti sorrido, corrughi la fronte, mi riconosci. Stai per ricambiare.
Ma abbassi lo sguardo sullo scontrino che la cassiera ti porge, alzo la mano per salutarti, ti volti e senza una parola sei fuori dal supermercato.
Resto col braccio in aria mentre ti seguo con lo sguardo, poi e' il mio turno, svuoto il carrello, scuoto la testa e sorrido.






GiselleB @ 12:01 | commenti (94)(popup) | commenti (94)






photo by crisis "red bottom"
crisis




Senza fiato. Sono senza fiato a cercare una spiegazione, una giustificazione a quello che faccio. So che sai. So che non disapprovi. So che ti compiace. Ma a me non basta.
A me basterebbe pensare, che in realta', mi piace essere quella che sono o che vuoi tu.
Non ci sono master, maestri, non ci sono slave, schiave. Ci siamo noi due, e il nostro rapporto.
Una webcam accesa, dove non so, non m'interesa. Io scruto, io spio, per una volta sono io a godere del vedere.

"Hai un bel cazzo, dritto, cilindrico, di quelli che ti riempiono... sei giovane, oppure no. La faccia e' un dettaglio che in questo momento passa in secondo piano. La telecamera e' fissata su di te, uomo, il pelo folto ti ricopre il dorso, il ventre e scende sino al pube.
La tua mano virile si afferra alla tua esuberanza,
protuberanza che danza,
sotto il mio sguardo estasiato.
Incantato.
Sono il serpente che segue le movenze del flauto che diviene magico.
Di te che suoni e ti dimeni e di me che non distolgo lo sguardo dai tuoi fianchi ameni.
Tutto ti vorrei nelle mie voraci fauci.
Divorerei in un boccone questo piacere che mi si oppone
 e che sfrontato mi sfida:
sbattilo piu' forte.
Sbattimelo contro.
Sbattimelo dentro.
Uno schizzo, un getto, e' un irrorar di vetri... e io che gemo, e tu ti prostri sfinito, e' un tuono, un fulmine e tutto sparisce.
Col sonno e il riposo,
tutto si lenisce.
Dormi sereno, io pure lo faccio.
E mi cullo e ripenso alla filastrocca che per noi fu galeotta:
"Luna, lunella! Famme crescere 'e zezzelle!"






GiselleB @ 03:39 | commenti (84)(popup) | commenti (84)
mercoledì, 20 febbraio 2008 | in : varie, vita, sesso, sexy, erotismo, sex , racconti erotici, sensual, giselle in foto sexy, sexy photo



ATTENZIONE: Questo Post ha espliciti contenuti erotici. Ammessi solo maggiorenni consenzienti, merci!


Alcuni amici e miei lettori, mi hanno chiesto di ripubblicare questo racconto. A detta loro, pare che sia il piu' eccitante in assoluto tra tutti quelli che ho scritto.
A me non resta che augurarvi una buona lettura. Un bacio dalla vostra GiselleB.






jeansAgganciai il telefono ben decisa a raggiungere Filippo a Napoli. Non avevo assolutamente voglia di passare le vacanze pasquali da sola. La signorina della compagnia aerea mi aveva detto gentilmente che non c'erano posti liberi, tutti prenotati. Non mi restava altro da fare che andare in macchina, pensando che in questo modo sarei stata libera di girare senza essere vincolata dagli orari del mio compagno. La mattina mi alzai presto, c'era il sole ma l'aria era aspra e s'insinuava su per la mia corta gonna. Rabbrividendo mi pentii di non avere indossato i caldi pantaloni di flanella, anche se mi consolava il pensiero che di li' a qualche ora sarei stata nel tepore primaverile partenopeo. Sino a Bologna il traffico si muoveva scorrevole, tante macchine colme di gitanti. I piu' avrebbero proseguito sino alla riviera romagnola, e cosi' fu. Mi ritrovai praticamente da sola ad affrontare le curve e i tunnel appenninici. La giornata non era piu' limpida, sulle cime si vedevano cumuli di nuvole grige. All'uscita di una galleria con stupore mi ritrovai il parabrezza  spruzzato di nevischio. "Porca miseria, non puo' nevicare ad aprile, non ho nemmeno le catene..." Fortunatamente un cartello mi indicava che una stazione di servizio era poco distante. Il parcheggio era semi deserto, a eccezione di un paio di macchine e un Tir rosso. Stava iniziando a nevicare in modo copioso. All'interno dell'autogril regnava un'atmosfera calda e silenziosa. Ordinai un caffe' e mi sedetti sull'alto sgabello mangiucchiando una brioche.
"Signorina, ha visto che tempaccio? Questa nevicata non era prevista. Anche la Polizia Stradale e' in difficolta' e ha consigliato di attendere qui che i mezzi antineve puliscano la strada." Mi disse un uomo sulla quarantina con un marcato accento romagnolo. Aveva gli occhi di un incredibile azzurro, non era certamente bello, anche se piacevole, e la sua pancetta denotava una mancanza di prestanza fisica. Pero' mi risulto' subito simpatico.

"Mi guarda e parla, parla e appoggia il suo azzurro sguardo sulla mia pelle coperta a mala pena da una minigonna. Ho caldo e mi sfilo la giacca, lasciando che nel movimento la camicetta mi si apra sul seno. Voglio pagare la consumazione, ma l'uomo educatamente me la vuole offrire. Sorrido e lo ringrazio accettando. Lui si chiama Federico, fa il camionista e viaggia con suo nipote. Si gira all'indirizzo di un ragazzotto intento a guardare le copertine delle riviste porno. E' carino, avra' poco piu' di vent'anni, l'espressione dolce e lo stesso incredibile azzurro degli occhi dello zio.
"Piacere, Gianni." Si avvicina sorridendomi e porgendomi la mano.
"Giselle" dico e percepisco un fremito di desiderio nello sguardo del ragazzo.
"Esco a fumare una sigaretta, chi mi accompagna?" Chiedo e sono subito seguita dai due uomini che cavallerescamente fanno gara per aprirmi la porta.
Fuori nevica, fa freddo, sono gia' pentita della decisione presa, quando Federico propone di andare nella cabina del camion. Accetto volentieri e rimango stupita nel vedere quanto sia spaziosa e confortevole. Gianni, accende il lettore di cd e mi domanda se ho preferenze musicali.
"I Gotan Project vanno benissimo". Sono seduta tra i due uomini, le gambe accavallate lasciano intravvedere il pizzo delle autoreggenti, sento i loro sguardi vogliosi bruciare la mia carne. Il piu' anziano dei due arditamente sfiora la mia coscia con una mano. Lo lascio fare mentre sbottono la camicetta e offro il mio seno alla bocca di Gianni, che esaltato bacia dicendomi di quanto sono bella e porca. Federico intanto mi palpa il sedere, sposta le mutandine e insinua le sue dita nelle mie fessure che sono gia' umide.  Accolgo nella mia bocca il membro eretto del ragazzo, soffermandomi a giocare col suo violaceo glande, leccandolo lentamente, succhiandolo per brevi attimi per poi rilasciarlo e rileccarlo... Le mie mani accarezzano i suoi testicoli e poi salgono stringendo la sua verga umida e scivolosa della mia saliva che copiosa mi sgorga dalle ghiandole. Intanto Gianni ha oscurato i vetri, celando ad occhi indiscreti quello che accade all'interno della cabina del camion, e si e' foderato il membro con un preservativo. Lo appoggia delicatamente all'ingresso del mio scrigno dorato, e lentamente si fa strada, senza forzare, senza andare in profondita'. Lasciando a meta' la penetrazione facendo crescere in me il desiderio di essere posseduta. Eccitata, le mie labbra diventano sempre piu' ardite, piu' accoglienti e avvolgono quella virilita' che mi si offre con movenze simili all'amplesso. "Giselle, hai una bocca di fuoco..." Gianni e' estasiato, il capo abbandonato all'indietro, gli occhi puntati sulla scena che ha davanti: di me che lo succhio, del mio sedere nudo e dell'uomo che mi penetra. Mi vuole. Dice allo zio di lasciare che sia lui ora a godere di me e io a godere di lui. Mi siedo sulle sue gambe, aprendomi, scivola dentro me. Le sue mani mi stringono il seno, facendo unturgidire i capezzoli che alternativamante porta alle labbra. Federico e' in piedi, mi porge il suo membro, sbattacchiandomelo sulla bocca, sulla lingua, sul viso. Le sue mani si muovono freneticamente. Con la mano libera mi fruga l'orifizio proibito, spalma i miei umori sui glutei, sui fianchi, sul ventre, sul seno... Prima di venire si arresta per sfilare il preservativo, dicendo:
"Voglio riempirti la faccia!" Gianni intanto sotto di me si muove bene, lo assecondo assumendo il suo stesso ritmo e alternativamente strofino il clitoride contro il suo pube. Il primo a raggiungere l'orgasmo e' Fedrico, che come promesso irrora il mio viso con un violento getto, mentre la mia bocca si apre per accogliere gli ultimi spasimi del suo piacere. Sento pervadere il ventre da un crescente pulsare di fremiti che mi fanno impazzire i  fianchi cercando l'appagamento, e che sento prossimo... e che arriva con Gianni che urla, e di me che artiglio con le unghie il sedile, alzandomi da lui e lasciando che l'essenza maschile mi schizzi tra le cosce e il ventre."

Dopo un altro caffe' all'autogril, la polizia ci disse che l'autostrada era nuovamente agibile. Salutai con un bacio affettuoso i miei due compagni d'avventura dagli occhi incredibilmente azzurri e dal simpatico accento romagnolo... E ogni volta che vedo un Tir rosso, il loro ricordo affiora alla mia mente, con un sorriso.

 

 

 Vi ricordo che GiselleB scrive anche qui.


 


 



GiselleB @ 10:44 | commenti (90)(popup) | commenti (90)
martedì, 12 febbraio 2008 | in : varie, riflessioni, racconti, favole, ricordi, vita, esercizi di scrittura








al lavoro"Nonna! Dai, vai piu' piano di una lumaca!" Scoppiai a ridere delle mie stesse parole. La nonnina con il foulard cosi' annodato, con i lembi sporgenti sopra la testa, sembrava davvero una lumachina. Mi si strinse il cuore a vederla cosi' vecchia, curva e piccola e le corsi incontro.

Eravamo sulla collina che dominava il paese, il bagliore del fiume che scorreva a valle giungeva insieme al suo odore. Odore di umido, di fango, di acqua stagnante. Come un animale selvatico annusavo l'aria chiudendo gli occhi, inebriandomi dei profumi della natura. Era un vizio il mio. Come a voler imprimere in modo indelebile i ricordi associandoli ai vari odori.
L'odore della chiesa che era quello della cera delle candele votive e dell'incenso. L'odore del Vicolo Chiuso che era quello della muffa che incrostava i muri sempre ombreggiati. L'odore della cantina sociale che sapeva di vino e mosto. L'odore del bar sport acre di fumo e fondi di caffe'. L'odore della scuola che sapeva del minestrone che la Clara, la bidella, ci preparava quotidianamente per pranzo. L'odore di casa mia, che sapeva di casa.
"Nonna, direi che abbiamo preso abbastanza radicchio." Parlavo accucciata mentre con il coltellino appuntito sradicavo una tenera piantina di tarassaco. Mi piaceva mangiato crudo, con le uova sode e l'aceto e mitigarne l'amarognolo.  Quindi lo infilai nella sporta di iuta che la nonnina mi porgeva aperto.
Il sole iniziava a tramontare delineando il contorno dei monti e l'aria azzurrina faceva apparire i paesi che si vedevano da lontano, come dipinti ad acquerello. Amavo la mia terra, di un amore immenso e grato.
Abbassai gli occhi, ancora abituati alla ricerca del radicchio, ma stavolta vidi un piccolo uccellino, un passerotto, riverso su di un fianco a terra. Era morto. Lo presi tra le mani, era freddo ma il capino era ancora morbido e si inclinava inanimato.
"Nonna. Perche' e' morto? Non ha ferite, ed e' abbastanza grande. Non e' caduto dal nido."
"Non so. Magari era debole e malato... forse il freddo della notte l'ha stecchito gelato."
Non dissi nulla. Presi la risposta della nonnina per quella che era. Pensai che mai avevo visto ai piedi del grande leccio che stava in mezzo all'aia e che ospitava centinaia di passerotti, corpi morti.
Volsi lo sguardo al cielo. In quel momento passava uno stormo. Lo seguii sparire  all'orizzonte e decisi che gli uccellini non muoiono a terra, ma volano in alto, in alto, piu' in alto delle nuvole e ancora piu' su'.
Sino a sparire.







Vi Ricordo che GiselleB scrive anche qui.


GiselleB @ 10:54 | commenti (103)(popup) | commenti (103)



eXTReMe Tracker